

In ricordo di Jacopo, da un anno ex alunno della scuola Primaria Le Grazie.


Alberto Alberti
Scuola delle formule e scuola della realtà
C’è la scuola secca e liscia dei documenti ufficiali, fatta di numeri e schemi formali. Sta tutta nel conteggio di plessi, docenti, alunni, giorni e ore d’insegnamento e spese di varia natura e denominazione. Viene descritta in termini convenzionali astratti: “cattedra”, “modulo”, “tempo pieno”, “prolungato”, “curricoli”, “programmi” e simili topoi.
Sulla carta tutto appare chiaro, ordinato, preciso. Chi si accontenta di parole topiche e luoghi comuni, è servito. Può fare i suoi ragionamenti, stabilire graduatorie, meriti e demeriti, sentirsi e proclamarsi padrone della materia; e se ha un pulpito da cui pontificare (TV, giornale, blog, agenzia di informazione), può far sì che questa sua forma di conoscenza della realtà – esclusivamente cartacea e quindi formale e parziale - diventi l’unica rappresentazione accreditata: una verità assoluta.
La scuola è ridotta a formule e modelli ossificati, con un ministro che detta e comanda e tutti lì ad ubbidire.
Ma noi conosciamo un’altra scuola, magmatica e pulsante, sempre uguale e sempre diversa. È la scuola reale, delle alunne e degli alunni, delle mamme e dei padri, delle insegnanti e degli insegnanti, delle dirigenti e dei dirigenti, delle/dei segretarie/i e applicate/i di segreteria, bidelle/i, portiere/i; delle donne e degli uomini che sono ogni giorni alle prese con problemi diversi. Sono decine di milioni che vivono e agiscono dentro (o ruotano intorno a) stabilimenti che chiamiamo “scuole” e che quasi mai sono efficienti e funzionali come dovrebbero essere sulla carta. Persone in carne e ossa, con le loro esigenze specifiche e i loro caratteri diversi, che sperimentano rapporti di vita delicati e spesso complicati, si agitano e si confrontano, si scontrano perfino, ma in ogni modo si ingegnano di dare un senso a quel bailamme di indicazioni amministrative e trovate pseudo culturali che veiene loro rovesciato addosso, a pioggia, senza il fondamento di una autentica ricerca pedagogica e didattica. Persone tese a fare il meglio in ogni caso, ma che fanno fatica a resistere alle spinte e controspinte che la società caoticamente indirizza loro. Costantemente sotto accusa per chissà quali malefatte, costantemente sotto la minaccia di incombenti catastrofi di tutte le specie.
Noi conosciamo questa scuola perchè, nonostante la condizione di disagio e sofferenza in cui viene tenuta a mala posta, tanto sul piano materiale (scarse risorse finanziare, laboratori e attrezzature; locali non in regola, servizi, inadeguati, ecc.), quanto su quello tecnico giuridico e culturale (il susseguirsi di annunci di azioni riformatrici che non vengono portate a compimento; l’emanazione di atti di indirizzo non supportati da un presidio legislativo solenne e sicuro; circolari che si contraddicono, ecc), è quella che riesce a dare a milioni di ragazze e ragazzi ogni anno il senso e la cifra del vivere civile e della cultura, mettendo in campo tanta energia, competenza e intelligenza da rendere possibili, pur in così vaste angustie, processi di studio, ricerca e sperimentazione che aprono la mente al futuro.
Questa scuola reale, povera di risorse e di sostegni, ma ricca di idee ed entusiasmi, ha il suo momento di visibilità alla conclusione degli anni scolastici. Non dico di scrutini, esami e degli altri adempimenti formali che pure rappresentano un momento di grande impegno e partecipazione.
Dico degli incontri e delle manifestazioni pubbliche, le “feste” di fine d’anno, in cui vengono esibiti pubblicamente alle famiglie, alle autorità locali, a osservatori interessati e a semplici curiosi, i risultati conseguiti in un anno d’impegno serio e costante.